Comprendere, verificare e partecipare: analfabetismo funzionale e intelligenza artificiale
La diffusione delle informazioni digitali, la crescita della disinformazione e il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale hanno reso sempre più centrale il tema delle competenze cognitive dei cittadini. Per approfondire il tema è stato intervistato il professor Franco Lorenzi, docente di linguistica dell’UniPg.
Professore, da dove ha avuto origine l’analfabetismo funzionale, si limita alla non comprensione del testo oppure si estende anche ad altre disfunzioni?
«L’idea di analfabetismo si è un po’ evoluta ed è cambiata nel tempo. Siamo passati da una visione nella quale il problema era rappresentato dall’assenza totale di competenze nella scrittura e nella lettura a una situazione successiva in cui, con la scolarizzazione e con la formazione scolastica generale di massa, le capacità di base sono diventate più diffuse.
Se io vedo un cartello con scritto “Vietato fumare” e riesco a leggere le parole, ho una prima competenza. Ma la comprensione funzionale significa capire che quella frase rappresenta una comunicazione normativa. Devo quindi capire quale sia il significato sociale di quella comunicazione, a cosa serva e quali conseguenze produca.
Ecco perché si parla di competenza funzionale: perché la comprensione deve essere collegata agli scopi sociali, alle situazioni e ai contesti nei quali ci troviamo.
Quindi il concetto si è ampliato: non riguarda soltanto il testo scritto, ma riguarda le competenze cognitive complessive che permettono alle persone di muoversi nella società.»
In che modo l’analfabetismo funzionale incide sulla partecipazione democratica e sulla capacità del cittadino di distinguere un contenuto affidabile dalla disinformazione?
«Questa è una domanda veramente centrale, perché la democrazia è una forma complessa. Questo non dobbiamo mai dimenticarlo. Non è sufficiente che soltanto chi governa possieda conoscenze specifiche: in una democrazia partecipano tutti i cittadini e quindi tutti possono essere chiamati a esprimersi su questioni che riguardano la collettività.
Il punto è che ogni persona possiede competenze specifiche nel proprio ambito ma la democrazia ci chiama a decidere anche su temi che non ci appartengono.
Per questo è fondamentale avere la capacità di riconoscere quali siano opinioni tecniche accreditate.
E qui entra in gioco il ruolo della comunicazione. La divulgazione è fondamentale nelle società democratiche perché le conoscenze tecniche non possono rimanere soltanto all’interno degli ambienti specialistici. Devono essere portate ai cittadini affinché possano partecipare alla vita democratica in modo consapevole e motivato.»
I dati OCSE vengono spesso citati nel dibattito pubblico. Come vengono costruiti questi dati e quali competenze misurano?
«L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico è un’istituzione internazionale di ricerca nata negli anni Sessanta, con sede a Parigi, che raccoglie oggi una quarantina di Paesi.
È un grande centro studi nel quale vengono elaborati numerosi rapporti e ricerche, con un elemento molto importante: il carattere comparativo.
Per quanto riguarda nello specifico i dati sull’analfabetismo funzionale, bisogna fare riferimento ai rapporti sulle competenze cognitive.
Le ricerche vengono elaborate attraverso metodologie sociologiche precise: viene costruito un campione rappresentativo della popolazione.
Successivamente vengono somministrati dei test che permettono di valutare diverse competenze.
I tre principali ambiti analizzati sono: la competenza nella comprensione dei testi, chiamata literacy, le competenze matematiche, chiamate numeracy e la capacità di risolvere problemi, in particolare attraverso il problem solving adattivo.»
Esiste un rischio di semplificazione nell’interpretazione di questi dati?
«Sì, questo rischio esiste ed è un punto molto importante.
Ogni ricerca quantitativa comporta necessariamente un passaggio di semplificazione.
Faccio un esempio: nella vita quotidiana utilizziamo parole come “molti”, “tanti”, “pochi”. Sono espressioni corrette, ma non sono quantità precise. Se invece dico che una persona ha dieci amici, sto facendo un passaggio quantitativo.
Nella ricerca avviene qualcosa di simile, il problema nasce quando dimentichiamo che dietro quel numero esiste una realtà più complessa.
I dati ci servono per capire un fenomeno e per intervenire, ma non devono portarci a pensare che un numero racconti tutta la realtà.
Il pericolo della semplificazione è che sembri rendere tutto più facile: abbiamo un problema, troviamo una soluzione immediata. Dobbiamo imparare a non considerare i problemi come qualcosa di semplice e immediatamente risolvibile.»
Con la diffusione dell’intelligenza artificiale generativa è sempre più difficile distinguere un testo scritto da un essere umano rispetto a un prodotto generato da un sistema di IA. Questo può rappresentare un rischio per lo sviluppo delle competenze linguistiche e del pensiero critico?
«Sì, oggi ci troviamo davanti a testi dei quali non sempre siamo in grado di stabilire immediatamente se siano stati prodotti da un essere umano oppure da un sistema di intelligenza artificiale.
Un esempio è quello della traduzione automatica: da anni esistono testi nei quali una prima traduzione viene realizzata attraverso sistemi automatici e poi viene corretta o modificata da esseri umani.
L’atteggiamento corretto, secondo me, non è quello di rifiutare l’intelligenza artificiale.
Faccio spesso un paragone con la patente di guida: quando una persona utilizza un’automobile deve sapere come funziona e deve possedere le competenze necessarie per guidarla. Non significa vietare l’automobile, ma imparare a utilizzarla. Lo stesso ragionamento vale per l’intelligenza artificiale.
La sentiment analysis, ad esempio, cerca di individuare se un testo contiene elementi positivi o negativi.»
Quale ruolo possono avere scuola, università nel contrastare l’analfabetismo funzionale e rafforzare le competenze critiche?
«Io penso che ci siano due aspetti fondamentali.
Il primo riguarda il modo in cui vengono insegnate le competenze. Molte competenze che sembrano difficili fanno già parte della nostra vita quotidiana: bisogna aiutare gli studenti a capire che possiedono già capacità che possono sviluppare.
Il secondo aspetto riguarda il prestigio del pensiero e della riflessione. Bisogna trasmettere l’idea che fermarsi a ragionare, confrontarsi e approfondire non sia una perdita di tempo. Per questo sono importanti i laboratori: laboratori di lettura, scrittura, confronto e anche di intelligenza artificiale.
È proprio attraverso il fare, attraverso la sperimentazione, che si sviluppano queste capacità.»
Anche il sistema mediale può contribuire a questo percorso?
«La scuola e le istituzioni hanno un ruolo fondamentale, ma anche la comunicazione può contribuire ad amplificare questo valore.
Il sistema mediale può aiutare a diffondere l’importanza del pensiero critico, della conoscenza e della capacità di verificare le informazioni.
L’obiettivo è fare in modo che le persone non percepiscano il ragionamento e l’approfondimento come qualcosa di distante o inutile, ma come strumenti fondamentali per affrontare la complessità della società contemporanea.»