Non tutte le ferite si vedono
È ormai una pratica piuttosto comune quella dei principali quotidiani di sbattere in prima pagina le storie di giovani prodigi capaci di collezionare successi accademici fuori dal comune. Veri e propri "stacanovisti dello studio" che, oltre a laurearsi a tempo di record e con il massimo dei voti, riescono persino a lavorare o a ritagliarsi lo spazio per coltivare passioni e hobby. Tempo fa è stato il turno di Carlotta Rossignoli, medico e modella a soli 23 anni, che ha spiegato come il segreto della sua riuscita stia nel "non perder tempo"; ancora prima, quello di Samuele Cannas, il primo studente italiano in grado di conseguire ben sei titoli universitari ad appena 25 anni.
Notizie scritte ad arte per catturare l'attenzione, che alimentano la trappola della cultura della prestazione e rischiano di far apparire l'eccezione come la regola, ma non fotografano la situazione reale, che è ben diversa. Una realtà in cui, secondo il Rapporto AlmaLaurea 2026 (XXVIII edizione), l'età media per laurearsi è di 26,3 anni e in cui circa quattro studenti su dieci non concludono gli studi in corso. Narrazioni che trasformano il processo formativo in un traguardo da tagliare il prima possibile, che portano a vivere l'università non come un momento fondamentale di crescita personale, ma solo come un ostacolo da superare, che genera ansia, stress, preoccupazione e pressione sociale.
Sintomi che non sono però conseguenze astratte. Trovano un riscontro doloroso nei dati e nelle storie di tanti studenti e studentesse, rendendo, mai come ora, centrale il tema del 10 ottobre, Giornata Mondiale della Salute Mentale.
Guardando infatti ai dati del Report AXA Mind Health 2026 (https://www.axa.com/press/publications/mind-health-report-2026), che analizza l'impatto di salute mentale, stress e burnout in Italia, si evince come solo il 15% degli italiani si trovi in uno stato di pieno benessere psicologico, collocando così il Paese al di sotto della media globale nella classifica del benessere mentale. Tra le fasce d'età, quella che desta più preoccupazione è quella dei giovani adulti. Tra i 18 e i 24 anni, il 59% si trova in languishing o struggling, termini usati per indicare uno stato psicologico di assenza di benessere, caratterizzato da stagnazione, vuoto, mancanza di motivazione e gioia. E a pesare è soprattutto il carico quotidiano, in cui lo studio, insieme al lavoro, si afferma come la prima fonte di stress per gli italiani.
Dal 1992, ogni anno, il 10 ottobre ci si ferma per parlare di salute mentale. Nata come momento di advocacy e sensibilizzazione rivolto principalmente agli operatori del settore, in pochi anni, grazie anche al supporto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la giornata è cresciuta di portata ed è diventata una campagna globale.
Dal 1994 ogni edizione si focalizza su un tema specifico, rinnovato di anno in anno per orientare l'attenzione pubblica su varie sfaccettature della salute mentale. Negli anni si sono affrontati argomenti come la depressione, lo stress lavorativo, il diritto alle cure e i diritti umani. Quest'anno il tema scelto è "Lived Experiences Heard: Real Voices, Real Change" (Ascoltare le esperienze vissute: voci reali, cambiamento reale): un momento per rendere le voci di chi ha attraversato la malattia mentale protagoniste del cambiamento e un'occasione per trasformare l'ascolto in un miglioramento concreto dei servizi.
Il nastro verde è il simbolo scelto per la Giornata, ed è lo stesso colore con cui il 10 ottobre molte città illuminano i propri monumenti.
Accorgersi che la propria salute mentale si sta incrinando è spesso complicato, perché tra "stare bene" e "stare male" non c'è un confine netto né esiste un traguardo formale di malattia. Vivere un momento di sofferenza non significa essere "malati". Si tratta di un continuum lungo il quale ci muoviamo nel corso della vita ogniqualvolta non ci sentiamo abbastanza solidi da affrontare le sfide quotidiane, coltivare le relazioni, riconoscere le nostre emozioni e vivere con senso di vitalità.
Tuttavia, attorno al diritto alla salute mentale, riconosciuto dall'articolo 12 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (ONU, 1966), aleggia ancora uno stigma che ostacola l'accesso alle cure. Così, milioni di persone, tra cui molti studenti, preferiscono soffrire in silenzio per paura del giudizio, chiudendosi a riccio nel proprio malessere. Il tutto in una società che celebra incessantemente il successo, dove mollare è sinonimo di debolezza, gli standard da rispettare sono sempre più elevati e il sentirsi in ritardo si trasforma in senso di colpa, mentre l'ombra del fallimento pende sulle nostre teste come una perenne spada di Damocle.
Il verde del nastro è anche il colore delle piante, che ci ricordano come sotto ogni fioritura ci siano radici che nessuno vede, affondate nel profondo di quella stessa terra da cui traggono nutrimento. Non tutte le ferite sono visibili, alcune, quelle più profonde, sono nascoste agli occhi di tutti. Il 10 ottobre invita a prendere per le mani il coraggio necessario per far sì che anche queste possano essere curate, perché la cura è un atto di amore profondo verso sé stessi e parlarne non è vergogna.
Per questo motivo, ADiSU, in collaborazione con l'Ordine degli Psicologi dell'Umbria, mette a disposizione degli studenti un servizio gratuito di sostegno psicologico. L'iniziativa offre una relazione d'aiuto professionale con l'obiettivo di supportare chi vive difficoltà personali che ostacolano il percorso accademico, offrire ascolto per favorire la conoscenza di sé e migliorare le proprie competenze relazionali e fornire un aiuto concreto a tutti coloro che affrontano situazioni di ansia, solitudine, problemi alimentari o qualunque altra difficoltà si possa manifestare. Prendersi cura di ciò che non si vede è il primo modo per permettere a ciò che si vede di fiorire.