Dire il falso per raccontare il vero: intervista a Lercio
Fare satira significa poter dire qualcosa di falso, anche in modo ironico, per raccontare una verità esistente.
Il problema maggiore nasce quando qualcuno non coglie la falsità e la prende per verità.
Esistono diritti costituzionali a tal proposito, a partire dall'art. 9, che affida alla Repubblica il compito di promuovere lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica e di tutelare il patrimonio storico e artistico della Nazione all’art. 33, secondo cui «l'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento», una disposizione che riconosce la libertà della produzione artistica e culturale, lasciando spazio anche a forme espressive provocatorie.
Infine l'art. 21 rappresenta il principale riferimento quando si parla di satira come forma di espressione.
Difatti, la Costituzione stabilisce che tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero «con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» e stabilisce che la stampa non può essere sottoposta ad autorizzazioni o censure.
La satira italiana ha radici antiche.
Già nel Cinquecento le cosiddette pasquinate utilizzavano la statua di Pasquino a Roma per diffondere anonimamente invettive contro papi, cardinali e personaggi pubblici.
Nell'Ottocento continuarono le pasquinate tipiche della tradizione satirica romana che proseguirono fino alla presa di Porta Pia nel 1870, fenomeno ripreso anche nel famoso film Il Marchese Del Grillo.
Con la nascita della stampa satirica, questo linguaggio si trasferì sui giornali come Il Pasquino che utilizzò caricature e umorismo per commentare la vita politica e L’Asino che attaccò finemente personaggi pubblici ed eventi politici di spicco come lo scandalo della Banca Romana del 1892.
Nel Novecento, dopo la lunga stagione della censura fascista, pubblicazioni come Il Male, che arrivò anche a creare false prime pagine di giornali, e Il Vernacoliere portarono la provocazione a nuovi livelli di massa.
Oggi con l’avvento dei social, però, la satira si confronta con un nuovo problema: non soltanto ciò che è possibile pubblicare, ma anche ciò che le piattaforme permettono di vedere.
Intervista a Lercio
Riguardo questo argomento abbiamo intervistato Lercio, famoso progetto satirico online con un meccanismo semplice solo in apparenza: inventare notizie utilizzando il linguaggio, la struttura e i toni dell'informazione odierna per costruire una parodia della realtà.
Avete mai rinunciato a pubblicare qualcosa perché poteva avere
conseguenze legali?
«Dopo aver avuto alcuni problemi legali, la questione effettivamente c'è.
Abbiamo un avvocato con cui ci confrontiamo, quando tocchiamo tematiche più delicate.
Sembra paradossale, ma pur pubblicando notizie false dobbiamo stare attenti che il sottotesto satirico sia vero, altrimenti potremmo andare incontro a querele per diffamazione.
Per fortuna abbiamo ormai una discreta esperienza e sappiamo quali sono i limiti da non superare. Per tutto il resto esiste il diritto di satira».
I social hanno ampliato la libertà della satira oppure l'hanno resa più
rischiosa?
«In prima istanza verrebbe da dire che sì, hanno ampliato la libertà di satira.
Non c'è un controllo dei testi da parte di un editore, non c'è censura preventiva.
C'è però l'algoritmo che – in maniera arbitraria e oggettivamente poco trasparente – ha il potere di rendere i tuoi contenuti più o meno visibili.
Da un punto di vista legale i social non sono più rischiosi dei media tradizionali (sono ugualmente rischiosi), sono però più esposti. Anche a rischi provenienti da nuove dinamiche digitali di cui conosciamo ancora troppo poco. I social sono una vetrina importante, è inutile negarlo, se vieni oscurato sui social hai la brutta sensazione di non esistere e il tuo lavoro ne esce mortificato.
Se Meta decide di infliggerti delle restrizioni per violazione della policy non hai nemmeno la possibilità di parlare con qualcuno per chiarire la tua posizione.
Nella maggior parte dei casi puoi solo aspettare che la condanna faccia il suo corso. Quindi viva i social, che ci danno la possibilità di esprimerci con maggiore libertà, ma la situazione non è per nulla semplice: abbiamo guadagnato libertà di pubblicazione, ma abbiamo anche consegnato una parte di quella libertà a meccanismi che non conosciamo e che non possiamo controllare. E per chi fa satira questo è un paradosso non da poco».
L'algoritmo può diventare, di fatto, un nuovo filtro editoriale?
«Senza dubbio, lo è già diventato.
Ti costringe ad adottare soluzioni editoriali per tutelarti.
Se vuoi scrivere un pezzo satirico in cui attacchi il nazismo, devi sapere in partenza che probabilmente i social lo oscureranno.
Perché l'algoritmo non è abbastanza intelligente da distinguere la critica dall'apologia. Semplicemente non si parla di nazismo (così come di sesso, di violenza, di morte).
E allora o smetti di farlo o devi ricorrere a dei mezzucci pietosi, tipo camuffare le parole pericolose. A proposito, se questa intervista uscirà sui social occhio alla parola nazismo, altrimenti non lo leggerà nessuno. Vi consigliamo di scriverlo così: n4z1sm0. È ridicolo ma funziona!»