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Fake news e comunicazione di massa: una lettura sociologica del fenomeno

Attualità >> Società
Attualità >> Università
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| di Diego Bianchetti | 7 Agosto 2026 | Lettura 8 minuti

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Mincigrucci foto
Roberto Mincigrucci
Intervista al prof. Roberto Mincigrucci sul rapporto tra fake news e piattaforme digitali

Il professor Roberto Mincigrucci, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all'Università degli Studi di Perugia, è stato intervistato sul tema delle fake news e della disinformazione.

Tra passato e presente, ha analizzato i principali meccanismi della comunicazione contemporanea e le sfide poste dall'attuale ecosistema informativo. 

 

Professore, buongiorno. Le fake news vengono spesso considerate un fenomeno collegato all’era digitale.

Secondo le teorie della comunicazione di massa odierne rappresentano una novità?

«Buongiorno, ultimamente si sta consolidando un po' l'idea che le fake news siano strettamente connesse alle piattaforme social e agli ambienti digitali, come se fossero nate come conseguenza degli ambienti digitali. 

In realtà non è così, la disinformazione ha molto a che fare con l'informazione e quindi sostanzialmente esiste da sempre. 

Faccio un esempio, la famosa frase che spesso viene attribuita a Maria Antonietta: “Se il popolo non ha il pane, allora dategli le brioche”, a quanto sembra, non l'ha mai detta Maria Antonietta questa frase. 

Le fake news sono sempre esistite, con tutti i mezzi di informazione, dai giornali, ma anche nel passaparola e in tutti i vari mezzi che ci sono stati. 

Perché dunque se ne parla adesso soprattutto negli ambienti digitali? 

È chiaro che ci sono delle caratteristiche strutturali delle piattaforme che in qualche modo rendono la circolazione e la diffusione delle fake news più facile e più rapida. 

La creazione e la distribuzione dei contenuti ora possono essere fatte da chiunque. Prima bene o male le informazioni circolavano perché c'erano dei giornalisti o comunque dei professionisti che si facevano carico di verificare e diffondere determinate informazioni, la loro circolazione era più difficile sostanzialmente.»

 

Nella comunicazione di massa c’è un rapporto tra emittente, messaggio e pubblico ed è molto centrale, ma come è cambiato coi social network rispetto al passato?

«Il rapporto  tra emittente, messaggio e pubblico è sempre stato un rapporto che è stato analizzato da diverse teorie mass-mediologiche nel corso degli anni e rimane tutt'oggi centrale.

Secondo me non è che è cambiato più di tanto, cioè rimane sempre questo rapporto tra qualcuno che vuole lanciare un messaggio, il contenuto del messaggio e poi un pubblico che di fatto è attivo perché lo interpreta, lo rielabora in base a tantissime variabili.

Quello che è cambiato è che è diventata più fluida la distinzione tra tutti questi elementi perché sempre più spesso oggi si sente parlare di prosumer, che significa che noi stessi siamo sempre il pubblico, i consumatori dell'informazione, ma siamo anche noi stessi persone in grado di poter produrre le informazioni.»

 

Quali sono le caratteristiche di un messaggio che possono renderlo più efficace, con più engagement? E che ne favoriscono la diffusione?

«Questa è una domanda da un milione di dollari che penso che tutte le agenzie di marketing vorrebbero avere in tasca!

Spesso si è parlato di criteri di notiziabilità, cioè dei criteri che rendono una determinata notizia più appetibile rispetto ad altre. 

Per esempio, quella più classica è la prossimità territoriale, una notizia che succede a pochi metri da me sicuramente avrà molto più appeal rispetto alla stessa notizia che accade a chilometri di distanza.

Hanno a che fare un po' con la parte emotiva, con la spettacolarizzazione, si chiama human interest frame, cioè il fatto di parlare di storie personali che rendono le notizie più appetibili. 

Che cosa si vede? Che soprattutto con le piattaforme social l'aspetto emotivo diventa ancora più importante, ma non solo l'aspetto emotivo in sé ma soprattutto le notizie che polarizzano, quelle che creano rabbia, quelle che in qualche modo ci indignano. 

Perché? Perché quando vediamo questi tipi di contenuti, noi tendenzialmente siamo portati a passare più tempo su quella notizia e quindi a creare engagement, cioè a commentare, a mettere like, a mettere anche ad esempio una faccina arrabbiata e questi sono tutti i fattori che le piattaforme riescono a datificare, cioè contare il tempo che noi passiamo su determinati post e ciò indica per loro quelli che sono contenuti appetibili. 

Hanno delle ripercussioni sul dibattito pubblico? Assolutamente sì, perché nel momento in cui circolano soprattutto notizie che creano rabbia e polarizzano, allora anche l'opinione pubblica e il discorso pubblico tende a polarizzarsi.»

 

Secondo lei le teorie sugli effetti dei media elaborate nel novecento sono ancora utili per comprendere il modo in cui le persone ricevono e interpretano le informazioni online?

«Assolutamente sì. Secondo me le risposte stanno ancora su quelle teorie che sono state formulate nel corso degli anni. 

Si è partiti dall'analisi del pubblico che utilizzava magari i giornali, la radio, per poi arrivare alla televisione e oggi alle piattaforme social.

Quindi non è che ci siano teorie specifiche legate alle piattaforme. O meglio stanno nascendo oggi perché analizzano un pubblico e un ecosistema mediale profondamente incentrato sulle piattaforme.

Però tendenzialmente quelle teorie risultano valide, inoltre vediamo che andiamo molto per cicli di paura, perché quando arriva un nuovo medium queste teorie tendono un po' ad essere tecno pessimiste, ciò fa dire: “Oddio questo pubblico è passivo, è influenzato”. 

Poi con l'aumentare della ricerca, con lo stabilizzarsi di una determinata tecnologia, tendono un po' a ridimensionare il fenomeno. Pensiamo ad esempio alla guerra dei mondi con Orson Welles, quando si pensava: “Oddio la radio è in grado di plasmare le menti delle persone”.»

 

In una società caratterizzata dalla sovrabbondanza di informazioni, quale ruolo possono avere i media e l'educazione alla comunicazione nella formazione di un pubblico più consapevole?

 «Secondo me è molto importante, nel senso è qui la chiave di lettura principale per contrastare fenomeni legati alla disinformazione perché secondo me è impossibile rincorrere la produzione dei contenuti. Non possiamo mettere dei limiti troppo stringenti sui contenuti che possono circolare, altrimenti si inizia a parlare di censura. È difficile andare a rincorrere tutti gli attori che diffondono informazioni false o informazioni problematiche perché sono tantissimi, perché chiunque può diffondere informazioni e perché nel momento in cui banalmente chiude un account ne possono rinascere dieci contemporaneamente. 

Quindi come contrastare la disinformazione odierna? Educando le persone all'uso dei mezzi di comunicazione, ad avere uno sguardo critico, a saper riconoscere quali possono essere le informazioni problematiche e soprattutto a non accontentarsi di vedere semplicemente della prima notizia per farci un'idea perché poi tutti noi potenzialmente possiamo cadere nella disinformazione. Tutti noi avremo, almeno una volta nella vita, condiviso un'informazione falsa.

Il problema qual è? È abituarci a verificare le notizie diversificando le fonti e non cadere nella bolla dei contenuti personalizzati. 

Le istituzioni pubbliche hanno un ruolo in questo soprattutto nel creare degli strumenti che permettano di insegnare alle persone come utilizzare i diversi mezzi di comunicazione. 

Che poi si parla spesso solo dei giovani, ma secondo me questa necessità riguarda tutte le fasce d'età.»

 

Per ascoltare l'intervista integrale clicca l'audio qui sotto:

Intervista-Mincigrucci.mp3
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