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Istruzione in detenzione: è davvero accessibile il diritto allo studio?

A.Di.S.U. >> Inclusione e diritto allo studio
Attualità >> Università
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| di Diego Bianchetti | 2 Settembre 2026 | Lettura 10 minuti

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Giulia Troncatti
Movimento Italiano Diritti Detenuti
Intervista a Giulia Troncatti, fondatrice Movimento Italiano Diritti Detenuti

Studiare è un diritto imprescindibile per l'istruzione personale e della società. Lo sancisce l’articolo 34 della Costituzione, ma poterlo esercitare concretamente non è sempre scontato, soprattutto quando a voler intraprendere un percorso di istruzione è una persona detenuta.

E' un tema caro anche all'Umbria dato che dall'ultimo rapporto Antigone risultano 59 studenti in regime carcerario iscritti all'Università, per i quali l'UniPg riserva anche un fondo bibliotecario apposito denominato Biblioteca della Libertà.

Sulla questione degli studenti detenuti è stata intervistata Giulia Troncatti fondatrice di Movimento Italiano Diritti Detenuti, associazione nata per promuovere i diritti, la formazione e il reinserimento sociale delle persone detenute.

Come può un detenuto intraprendere un percorso di studio? Deve farne richiesta e seguire una procedura specifica? Quali sono i principali ostacoli che può incontrare?

«Il diritto all'istruzione in carcere è disciplinato dall'art. 19 dell' Ordinamento Penitenziario e dall'art. 44 del Regolamento Penitenziario, e trova fondamento costituzionale negli artt. 3, 27 e 34 della Costituzione. La legge prevede la possibilità di accedere a diversi livelli di istruzione, dai corsi della scuola dell'obbligo, fino agli studi universitari.
La persona detenuta che desidera intraprendere un percorso di studio deve presentare una richiesta, nel gergo carcerario viene chiamata “domandina”, generalmente rivolta all'area educativa e al suo funzionario giuridico-pedagogico di riferimento. I corsi scolastici sono organizzati grazie agli accordi con i Centri Provinciali per l'Istruzione degli Adulti (CPIA) per il primo livello, e con istituti tecnici, professionali e artistici per il secondo livello. L’istruzione di livello universitario è invece di pertinenza delle Università. Mentre l’istruzione di primo e secondo livello è erogata direttamente all’interno degli istituti da dei docenti che fanno lezioni e richiede, come all’esterno, una frequenza obbligatoria; i percorsi universitari vengono svolti prevalentemente come “non frequentanti”, fatta salva la frequenza ad alcuni laboratori e moduli didattici tenuti dai Professori all’interno degli istituti.

I principali ostacoli che si incontrano per i corsi scolastici di primo e, soprattutto, secondo livello sono il numero delle iscrizioni, che spesso è insufficiente per formare le classi e, in secondo luogo, la frequenza sul lungo periodo. Questi dati, tuttavia, non sono da imputarsi semplicemente a una mancanza di volontà o di interesse da parte della popolazione detenuta, ma spesso anche a delle ragioni più pratiche, che vanno dall’impossibilità fisica di sostenere un corso di studi per chi ha una patologia psichiatrica o una dipendenza, fino alla difficoltà di garantire la frequenza per la sovrapposizione oraria tra la scuola e le altre attività dell’istituto, in primo luogo il lavoro.»

Quali percorsi di studio scelgono maggiormente i detenuti? Ci sono differenze significative tra chi frequenta corsi scolastici, universitari o di formazione professionale? E avete osservato differenze nelle scelte o nelle difficoltà tra detenuti italiani e stranieri?

«Guardando ai numeri che ci arrivano dal Rapporto di Antigone del 2026, Tutto Chiuso e dai dati forniti dal Ministero della Giustizia, la scuola resta il percorso di gran lunga più scelto, con 19.391 iscritti nell'anno scolastico 2024-2025, pari a circa il 31% della popolazione detenuta media; seguono a distanza la formazione professionale, con 5.033 iscritti pari al 7,9%, e infine l'università, che coinvolge circa 1.978 persone, il 3% della popolazione carceraria. Questo è coerente con il profilo scolastico delle persone detenute in ingresso, dato che il 76,48% di chi ha fornito informazioni sul proprio titolo di studio risulta privo di diploma e 5.661 persone non hanno nemmeno la licenza media. La formazione professionale è dominata da corsi molto pratici e brevi: cucina e ristorazione da sola conta 106 corsi conclusi e 1.444 iscritti, seguita da edilizia e da orientamento al lavoro, con un tasso di successo complessivo dell'85%. Chi arriva invece a intraprendere un percorso universitario si orienta soprattutto verso le aree politico-sociale, che raccoglie il 24% degli iscritti, letteraria-linguistica-artistica al 16% e psico-socio-pedagogica al 15%, mentre le aree STEM e medico-sanitarie restano marginali, probabilmente per la maggiore complessità logistica di laboratori e tirocini in un contesto detentivo. Sul fronte delle differenze tra persone detenute italiane e straniere, il quadro che emerge è quello di una partecipazione consistente ai percorsi di base, ma di un accesso molto più limitato ai livelli più avanzati. Gli stranieri rappresentano il 44,9% degli iscritti ai corsi scolastici, ma quasi la metà di questi, il 48,4%, frequenta corsi di semplice alfabetizzazione in italiano piuttosto che percorsi verso il diploma.»

Quali materiali vengono messi a disposizione dei detenuti che vogliono studiare e da chi vengono forniti? Quando invece non sono disponibili, come viene garantito concretamente il diritto allo studio?

«In linea generale, i materiali di base per lo studio vengono forniti in primo luogo dalle istituzioni scolastiche e formative stesse. Per quanto riguarda specificamente l'università, il Rapporto CNUPP 2026 documenta che 28 Poli su 42 con studenti iscritti dispongono di risorse dedicate, reperite prevalentemente dagli Atenei stessi, in alcuni casi insieme a Regioni, enti locali o fondazioni bancarie. Di questi, 30 Poli investono fondi propri per l'acquisto di strumentazione informatica, arredi e materiale didattico, mentre altri destinano risorse specificamente a libri e materiale didattico. Quando queste risorse istituzionali non bastano o non arrivano in tempo, è tipicamente il mondo del volontariato e dell'associazionismo a colmare il vuoto, a partire dalla categoria degli insegnanti stessi. È un meccanismo di supplenza che, come emerge dai rapporti, resta però disomogeneo sul territorio e dipendente dalla presenza o meno di realtà associative attive in un dato istituto. In questo senso, anche noi come Movimento Italiano Diritti Detenuti abbiamo intenzione di fare la nostra parte, distribuendo kit scolastici con penne, matite, quaderni e altro materiale di base. Inoltre, in collaborazione con il Global Freedom Scholars Network (GFSN), rete internazionale di studenti universitari con esperienza di detenzione, promossa dall'Incarceration Nations Network (INN), stanzieremo delle borse di studio per studenti universitari che stanno portando avanti con profitto il loro percorso di studio.»

Esistono spazi specificamente destinati allo studio, come aule o biblioteche, oppure i detenuti studiano prevalentemente in cella? E come viene gestito lo studio per chi è sottoposto a isolamento?

«La mappatura del Ministero della Giustizia conferma che quasi tutti gli istituti dispongono di almeno una biblioteca e di uno o più spazi scuola, a riprova che questi ambienti non sono un'eccezione ma una presenza diffusa sul territorio nazionale, sebbene con forte variabilità. Per l'istruzione scolastica di primo e secondo livello tendenzialmente sono previsti spazi dedicati, poiché si tratta di corsi con classi e orari fissi organizzati dai CPIA o dagli istituti scolastici convenzionati. Nei casi più fortunati queste aule sono dotate anche di strumentazione digitale come le LIM, ma restano comunque fortemente condizionate dalle limitazioni di accesso a internet, che nella maggior parte degli istituti raggiunge solo le aree amministrative. Per l’università il discorso cambia, perché non ci sono lezioni fisse e strutturate come a scuola, ma percorsi individuali di studio, eventualmente supportati da tutor universitari volontari. Secondo il rapporto della CNUPP del 2026, l'84% delle sedi con studenti universitari iscritti è priva di sezioni dedicate; molte aule studio, sale colloqui e aule per lezioni sono aperte solo alcuni giorni a settimana, e l'80% degli istituti limita l'accesso a poche ore al giorno, spesso 2-4 ore, rendendo lo studio universitario molto difficile.»

La possibilità di studiare è garantita anche negli istituti di alta sicurezza, compresi quelli con regimi detentivi particolarmente restrittivi? In che cosa cambia concretamente il diritto allo studio rispetto agli istituti ordinari?

«In Alta Sicurezza e nel regime 41-bis il diritto allo studio resta formalmente garantito, ma nella pratica è più difficile da esercitare rispetto a quanto accade negli istituti ordinari. La custodia chiusa permanente riduce il tempo che si può dedicare allo studio fuori dalla cella, mentre il divieto di formare classi miste tra circuiti diversi costringe spesso a duplicare gli stessi corsi, riducendo l'offerta complessiva. A questo si aggiunge, dal 2025, una forte centralizzazione delle autorizzazioni: ogni attività trattamentale negli istituti con sezioni di AS, 41-bis o collaboratori di giustizia deve passare dalla Direzione Generale a Roma.

Va però distinto il caso dell'Alta Sicurezza da quello del 41-bis. In AS lo studio mantiene una dimensione collettiva: alcune sezioni dedicate esistono anche in questo circuito, con la possibilità di seguire lezioni in aula e di incontrare tutor e docenti universitari in appositi spazi colloquio, sebbene con le limitazioni di orario e disponibilità già viste per gli altri circuiti. Nel 41-bis, invece, questa dimensione collettiva viene meno: lo studio si svolge in modo sostanzialmente autonomo e individuale, e i contatti diretti con i docenti sono ridotti alle sole occasioni di verifica. A ciò si aggiungono restrizioni ulteriori, come i controlli anche sull'acquisto di libri. In sintesi, il diritto allo studio non viene negato in linea di principio, ma nella sostanza risulta più limitato: meno tempo disponibile, minore flessibilità organizzativa, iter più burocratici e, a mano a mano che si sale nei regimi più restrittivi, uno studio sempre meno accompagnato e sempre più isolato.»

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