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| di Giorgia Baruffa | 2 Settembre 2026 | Lettura 6 minuti

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Vocabolario greco
Giorgia Baruffa
Perché il greco e il latino non sono lingue morte

«Ciò che però non tutti gli studenti riescono a cogliere è la dolcezza del nettare racchiuso in quegli idiomi di caparbia ostilità, che dopo una prima lettura inizia a trapelare dall’incastro di costruzioni verbali, strutture lessicali ed espressioni idiomatiche. Dolcezza che, per la verità, al giorno d’oggi è riconosciuta e assaporata da un sempre minor numero di persone: sembra che in questo mondo di tecnologia e innovazione non ci sia più spazio per lo studio delle lingue classiche».

Con queste parole Massimo Gramellini commentava nel 2006, sulle pagine de La Stampa, il peggioramento della conoscenza del greco e del latino tra gli studenti. A distanza di vent'anni quel lamento sembra più vivo che mai — eppure, almeno sul piano delle scelte di studio, il declino annunciato non si vede.

Nonostante il racconto di un lento spegnimento delle discipline umanistiche, i numeri raccontano una realtà più articolata. Secondo un'elaborazione di Info Data del Sole 24 Ore sui dati AlmaLaurea, tra il 2015 e il 2024 i laureati triennali in Lettere, Filosofia e Storia sono cresciuti nel complesso di oltre il 10%. Il dettaglio mostra dinamiche diverse: la Filosofia segna un +26% (da 1.947 a 2.454 laureati) e la Storia un +19% (da 1.339 a 1.589), mentre Lettere — che aveva già più che raddoppiato i propri numeri nel decennio precedente — si mantiene stabile su livelli elevati (da 5.301 a 5.463). Le humanae litterae, nel loro insieme, non stanno affatto arretrando. E il segnale vale anche in entrata: nell'ultimo monitoraggio USTAT del MUR, gli immatricolati del gruppo letterario-umanistico salgono da 15.055 nel 2023/2024 a 15.096 nel 2024/2025. Un aumento minimo, ma in controtendenza rispetto al racconto dominante. E la platea, lungi dall'invecchiare, semmai si ringiovanisce: la quota di studenti over 27 cala in tutte queste discipline.

Perché dedicarsi allo studio del greco e del latino sembra uno spreco di tempo, e le materie umanistiche una scelta di serie B?

Il motivo si può rintracciare nel tasso di occupazione, che alimenta la percezione diffusa di una loro inutilità. I dati restituiscono un resoconto che mina fortemente la sopravvivenza delle lingue antiche. L’ultimo Rapporto AlmaLaurea sull’esito occupazionale mostra infatti che, a un anno dal titolo e a parità di condizioni, i gruppi tecnico-scientifici e sanitari registrano probabilità di impiego nettamente superiori a quelle delle discipline letterarie-umanistiche. A questo si aggiunge il fattore retributivo, che conferma lo stesso divario, secondo cui i laureati in discipline STEM percepiscono retribuzioni mediamente più alte.

Eppure, il valore delle lingue morte, così definite perché oggi prive di parlanti nativi, va cercato altrove che nelle statistiche fitte di numeri o nella spendibilità immediata. Il greco e il latino non sono meri esercizi di traduzione, ma mondi da scoprire i cui frutti dolci assaporiamo ancora. 

La comprensione del mondo attuale non può prescindere dalla conoscenza del mondo classico. Le fondamenta della nostra società affondano le radici nell'humus fertile di questi due popoli, la cui filosofia, letteratura, morale, politica ed estetica hanno posto le basi dello sviluppo della società moderna. Capire meglio noi stessi passa necessariamente attraverso lo studio di tali civiltà, che costituiscono il "codice genetico" del nostro sapere. E poiché la lingua è inevitabilmente la via attraverso cui il pensiero prende forma, studiare il greco e il latino permette di padroneggiare con più disinvoltura la lingua madre parlata e scritta, di ampliare il vocabolario e di affinare il pensiero logico e la capacità di analisi: elementi fondamentali in ogni ambito. Del resto, Orwell, in 1984, parlando della Neolingua — l'idioma costruito artificialmente dal regime del Partito per sostituire l'inglese — osservava che, quante meno parole fossero rimaste, tanto più ristretto sarebbe stato il campo della conoscenza.

Gli esercizi di traduzione, che costringono a districarsi tra i fili di un’intricata ragnatela sintattica, si rivelano un ottimo esercizio di problem solving: tradurre Cicerone o Plutarco è assimilabile alla risoluzione di un problema di fisica o di un’equazione algebrica; non si tratta solo di decodificare parola per parola, ma di un procedimento per tentativi ed errori, guidato da regole, che porta a sviluppare una mentalità filologica. A questo si somma lo sviluppo di competenze trasversali - memoria, analisi logico-deduttiva, versatilità e pensiero interpretativo, che si misura nella capacità di saper scegliere entro un vasto ventaglio di opzioni - competenze preziose ben oltre la singola disciplina che si studia. Non è forse un caso che siano proprio i laureati del gruppo letterario-umanistico a registrare il voto medio più alto tra tutti i gruppi disciplinari alla magistrale, un dato che da solo non dimostra nulla, ma che dice qualcosa sul valore di quella formazione.

A dispetto di chi vorrebbe abolire lo studio del greco e del latino perché privi di un'utilità immediata, difenderne la causa è cruciale per riscoprire la nostra identità, che proprio su quel patrimonio si fonda. Il paradosso è evidente: il greco e il latino non sono lingue morte, ma vibrano di un'energia vitale, la stessa che riecheggia oggigiorno nella letteratura, nell'architettura, nella scultura, nella filosofia, nella scienza, nella psicologia, nella medicina - discipline sorte nel bacino del Mare Nostrum. E dedicarsi allo studio di quel nettare racchiuso in idiomi di caparbia ostilità aiuta, in fondo, a conoscere ciò che noi siamo.

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