SHARPER 2026: torna a Perugia la Notte Europea dei Ricercatori
Quella del 25 settembre è una serata diversa dalle altre: la scienza abbandona i laboratori per riversarsi nelle piazze, tra i banchi delle università e nei cortili, incontrando chiunque voglia sperimentare sulla propria pelle l'ebrezza del fare ricerca. SHARPER – Notte Europea dei Ricercatori – nasce nel 2013 e si inserisce nell’ambito di MSCA and Citizens, l'iniziativa con cui l'Unione Europea sostiene la divulgazione scientifica attraverso le Azioni Marie Skłodowska-Curie del programma Horizon Europe.
Unipg ha ufficialmente dato il via al conto alla rovescia per la notte più curiosa dell’anno e si prepara ad accogliere 52 appuntamenti pensati per coinvolgere pubblici di tutte le età attraverso esperimenti, attività interattive e dibattiti sui temi della ricerca. Tra gli eventi in programma – che quest’anno saranno ospitati nel Complesso di San Pietro in Borgo XX Giugno – figurano anche gli incontri realizzati insieme a EcoSanfra e al PerSo – Perugia Social Film Festival, pensati per raccontare la scienza con linguaggi e prospettive diverse.
SHARPER, fin dai suoi inizi, porta avanti un’idea originale quanto innovativa: dar vita a una grande festa dedicata alla valorizzazione della figura del ricercatore e della ricercatrice, ma anche un’occasione per avvicinare il grande pubblico ai temi della divulgazione scientifica e umanistica. SHARPER, infatti, non è un nome scelto a caso, ma sta per SHAring Researchers' Passion e racconta la passione di chi dedica la propria vita alla scoperta, offrendo il proprio contributo nell’affrontare le grandi sfide della società.
La passione è anche il motore che guida l’attività di ricerca di Emanuela Monini, laureata all’Università degli Studi di Perugia e ora dottoranda in Scienze del Testo dal Medioevo alla Modernità - filologia medievale, paleografia, studi romanzi - all'Università La Sapienza di Roma. Con lei abbiamo riflettuto su cosa significhi concretamente fare ricerca oggi, soprattutto in un settore come quello umanistico.
Emanuela ci confessa subito che il suo amore per i testi del passato ha origine già dai primi esami di letteratura e storia, quando i testi antichi e medievali catturavano il suo interesse. In particolare, era la curiosità di comprendere i meccanismi della ricostruzione testuale, dell'ecdotica vera e propria, ad affascinarla. «Io penso che fare ricerca in generale voglia dire essere fondamentalmente curiosi e i testi medievali sono gli archetipi della nostra tradizione: ricostruirli e studiarne la trasmissione e la lingua è quello che fa un filologo» ci ha spiegato quando le abbiamo chiesto di che cosa si occupa la filologia.
Molti, però, pensano che i testi medievali siano legati ad un passato ormai concluso, che non ci appartiene più, e come tale la loro applicabilità nel presente risulta scarsa. Perché allora è importante continuare a studiarli, alla luce anche di un mondo che cambia, in cui le discipline STEM sembrano monopolizzare l'attenzione?
«Studiamo i testi medievali perché sono belli, poi sono anche utili e difficili, ma sono soprattutto belli, e forse in un mondo in cui le discipline STEM veramente monopolizzano l’attenzione, abbiamo bisogno di qualcosa che non sia valutabile solo quantitativamente, ma anche qualitativamente», parole che fanno effetto e rievocano un po’ l’eco dostoevskiana per cui la bellezza possiede un potere salvifico. Ci spiega inoltre che la difficoltà di lettura, interpretazione e ricostruzione dei testi medievali, determinata dal fatto che a volte si posseggono testimonianze tarde, successive alla morte dell'autore (è il caso della Divina Commedia, i cui primi manoscritti a noi giunti risalgono a un decennio dopo la morte di Dante), o addirittura di secoli dopo, costituisce un grande tesoro. Una ricchezza ancora più preziosa se si considera come oggi la lingua stessa, anche attraverso l'uso dell'IA, tenda alla semplificazione: «Il testo medievale, nella sua complessità sia linguistica che critica, ci costringe a compiere l'operazione inversa: a rimanere sul testo, a interrogarci sulla sfumatura di una parola, sulla fonte utilizzata, sul significato del passo».
Eppure, la ricerca, in Italia, resta un terreno scivoloso e spesso trascurato - a conferma di quanto si dice da tempo, che «con la cultura non si mangia». Gli investimenti, da un decennio ormai, risultano essere significativamente inferiori alla media europea. Per questo motivo chiediamo a Emanuela cosa significhi, nei fatti, essere una giovane ricercatrice in Italia oggi, in termini di precarietà, tempi e prospettive di carriera. Ci avverte, però, che la risposta non sarà delle più gradevoli.
«Oggi vuol dire tenersi sempre almeno un’altra strada di riserva». Questo perché il dottorato di ricerca, soprattutto nelle materie umanistiche, ha dei numeri che non permettono l’assorbimento all’interno delle università di tutti i dottori di ricerca, e questo è un primo dato di fatto. A questo dato si aggiunge che un dottorato non sempre viene valorizzato all’interno dei concorsi pubblici o, se succede, ancora più spesso il valore è minimo. «E poi c’è la questione dei fondi di ricerca - quei soldi che si hanno a disposizione per pagare convegni, missioni, pubblicazioni (per esempio, le monografie), strumentazione di ricerca - che sono poco più di mille euro l’anno». Una cifra irrisoria, se si considera che un solo viaggio per un convegno di tre giorni fuori Italia (o anche in alcune parti d’Italia) può arrivare a costare fino a 500/600 euro tra trasporto e vitto e alloggio.
Questa chiacchierata con Emanuela Monini racchiude il senso di SHARPER, una notte in cui si celebrano coloro che portano avanti e credono nella ricerca perché promessa di futuro, nonostante gli ostacoli, coloro che non si fermano davanti alle domande ma vanno alla ricerca di risposte, coloro che hanno fatto del piacere della scoperta la propria professione e di questa passione la propria bussola.
Quando infine le chiediamo cosa consiglierebbe a uno studente o una studentessa che oggi sta valutando se intraprendere un dottorato, ci risponde che bisogna evitare gli estremi: da un lato è sbagliato pensare che tutto sarà in discesa dopo l'esame di dottorato; dall'altro credere che sarà una strada inutile. «È vero che ci sono diverse incertezze ma ci sono anche tante possibilità, e soprattutto la passione. Io direi sempre a chi ha la passione e la curiosità di cercare di arrivare in fondo alle cose di provare a vedere se può essere la strada per loro. Questo non vuole essere un finale un po' da aforisma», ha poi concluso «vuole essere davvero un invito alla curiosità e all'impegno, sapendo che sono strettamente collegate tra loro».